Unità d’Italia: Quei movimenti che sognano la Restaurazione

Unità d’Italia: Quei movimenti che sognano la Restaurazione

Alla vigilia dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, c’è chi vorrebbe riportare la cartina al 1858, prima della II guerra d’Indipendenza. O magari ancora prima, al Congresso di Vienna o all’Europa pre-rivoluzionaria del 1789. Da nord a sud, sparute ma combattive pattuglie chiedono il ripristino di diritti inalienabili, autonomia, autodeterminazione, indipendenza. La loro qualifica ufficiale è legittimisti anche se loro si considerano (e spesso si autodefiniscono) “patrioti”, attivisti che vanno al lavoro in automobile ma sognano uno Stivale diviso in dozzine di minuscoli statarelli, magari con barriere doganali e particolarismo giuridico. Qualcuno invece vorrebbe solo un po’ di federalismo, ma condito in salsa storica. Perché è proprio la rilettura del passato e la sua interpretazione a costituire il mito di fondazione di questa galassia che con la scusa di ristabilire la verità storica vorrebbe far girare all’indietro la ruota del tempo. Obiettivo comune, la critica alla storiografia ufficiale che ha spacciato per unificazione quello che fu in realtà un mero processo di conquista e annessione. Folclore a parte, una riflessione pare doverosa se perfino a Vittorio Veneto – che nel nome porta il nome del primo monarca d’Italia e fu protagonista della battaglia conclusiva della Prima guerra mondiale – il sindaco leghista ha annunciato di non avere intenzione di “spendere un euro” per le celebrazioni del 2011.

Attivo fino a qualche mese fa, l’osservatorio sull’indipendentismo censì una trentina di associazioni con finalità secessioniste. Di questi, quasi una metà prendevano di mira il Risorgimento, auspicando il ritorno agli stati pre-unitari: gli indipendentisti liguri, i federalisti “granducali” toscani, i meridionalisti filo-borbonici, tanto per citarne alcuni. La “rivoluzione” che in appena tre anni ha reso possibile questa comparsa è stata la modifica nel 2006 dell’articolo 241 del codice penale sui reati di opinione. La pena prevista per chi tentava di “menomare l’indipendenza dello Stato” fino ad allora prevedeva un minimo di 12 anni e arrivava all’ergastolo. Dopo la riforma, la reclusione ormai è riservata solo a chi persegue tale scopo con “atti violenti”. Così, senza più il rischio di finire dietro le sbarre per chiedere il ripristino del ducato di Parma e Piacenza, movimenti fino ad allora costretti ad attività semi-clandestine sono affiorati alla luce del sole.

Spicca per “audacia” la scelta di Luigi Massimo Faccia, condannato per l’assalto al campanile di San Marco del 1997, che si è nominato presidente della ricostituita Repubblica Serenissima e ha nominato un esecutivo formato, fra l’altro, da un ex edicolante (ministro degli Interni) e da un agente assicurativo (ministro degli Esteri). Lenin voleva un cuoca al governo del Paese, lui c’è riuscito portando due operai del veronese al ruolo di capo del governo e di Guardasigilli. E poco importa se il Libero Territorio Veneto, nucleo della Repubblica di San Marco del XXI secolo, è una piccola radura sulle montagne del bellunese. Per il momento si punta a rifare il referendum del 1866 che unì il Lombardo-Veneto al Regno d’Italia. Scontano qualche difficoltà, invece, i papalini. Assenti sulla scena fino a poco tempo fa, a mettere in contatto i fautori del Papa Re ci ha pensato Facebook col gruppo “Rivogliamo lo Stato pontificio”. È stato fondato lo scorso 4 dicembre e conta 197 iscritti. L’immagine del profilo mostra Benedetto XVI nelle vesti di super robot giapponese che tira un pugno a un globo con la scritta “relativismo”: Ratzinga.

Così, in vista della ricorrenza per il 150esimo dell’Unità e sfruttando la ribalta e il clamore mediatico degli eventi istituzionali, i vari movimenti si preparano a fare le loro, di celebrazioni. Ancora poco trapela dietro le trame segrete dei legittimisti, ma tutti assicurano iniziative clamorose. Dalle giornate di studio, ai convegni ai possibili blitz delle parate commemorative. Gli unici a uscire allo scoperto ufficialmente sono i sudisti, che sognano il ritorno dei discendenti di Franceschiello a piazza del Plebiscito: dopo la campagna contro il panettone, lo “scippo” della pizza Margherita e il varo della nazionale di calcio delle Due Sicilie, il movimento Neoborbonico ha assicurato la prosecuzione del boicottaggio dei prodotti padani, “Insorgenza civile” ha chiesto invece di esporre un drappo nero alle finestre in segno di lutto per la conquista garibaldina. E che la festa abbia inizio.

Rinasce la Serenissima. In un bosco di Belluno

Il presidente del Consiglio e il Guardasigilli sono due operai, il ministro degli Interni è un ex edicolante ora in pensione, il ministro degli Esteri (suo figlio) è impiegato in un’agenzia di assicurazione e il presidente della Repubblica è un agente di commercio. Non è l’esecutivo un Paese in via di sviluppo, ma quello “di unità patriottica” della Veneto Serenissimo Governo (Vsg), ricostituito due secoli dopo il “tradimento” di Napoleone in una piccola radura in provincia di Belluno. È su queste poche centinaia di metri quadrati, sotto quel monte Toc protagonista del disastro del Vajont, che i fasti del Leone di San Marco sono tornati a splendere come al tempo dei Dogi. Libero Territorio Veneto è il nome di questa prima porzione di suolo affrancato. Il deus ex machina, nonché Capo di Stato, è Luigi Masimo Faccia, salito agli onori della cronaca per essere il capo del commando dei “Serenissimi” che nel 1997 assaltarono il Campanile di San Marco con un “tanko” fatto in casa. Per quell’azione Faccia – che imbracciava il mitragliatore Beretta Mab 38 che il gruppo aveva portato con sé, un residuato bellico della Seconda guerra mondiale ma funzionante – ha scontato tre anni e mezzo di carcere, in affidamento ai servizi sociali. Ne è uscito nel 2002, dopo aver pagato il conto con la giustizia. Ha subito ripreso a progettare le cose in grande e il 20 luglio del 2008 ha decretato la ricostituzione della Serenissima con un decreto presidenziale firmato da lui stesso, che concludeva enfaticamente dichiarando “davanti a Dio e alla Storia, la continuazione della Veneta Serenissima Repubblica e il ripristino dello stato d’Indipendenza e della legalità marciana nella Veneta Serenissima Patria”.

“È il primo Libero Territorio Veneto, parte di un terreno boscoso sulle montagne di Longarone di cui il proprietario ci ha dato la gestione ‘politica’ e in cui abbiamo riproclamato la Repubblica – dice Faccia al VELINO – Ma in realtà il governo esiste dal 1987”. La radura non è abitata, ma le riunioni di gabinetto si tengono quasi ogni sabato e domenica. Perché l’esecutivo guidato da Luca Peroni, altro Serenissimo finito ristretto dopo l’assalto del ‘97, punta in alto, tanto da essersi dato perfino un ambizioso piano economico che spazia dall’edilizia all’industria, dall’artigianato all’agricoltura, dai trasporti alle politiche energetiche. In attesa di ricostituire definitivamente la Repubblica di San Marco, il Veneto Serenissimo Governo ha chiesto ai seguaci di “liberare” nuovi territori da gestire politicamente. “Abbiamo fatto appello al popolo veneto, perché si può liberare il proprio giardino di casa o un campo agricolo – afferma Demetrio Serraglia, agente assicurativo durante la settimana e ministro degli Esteri nel week end -. Piantare una bandiera è un gesto dal valore simbolico ma di grande importanza”. Al momento, però, ancora nessuno ha accolto l’invito. Sul fronte internazionale, invece, c’è grande fermento.

“Abbiamo scritto a vari Paesi delle Nazioni unite chiedendo di stabilire rapporti diplomatici – ammette Serraglia -. Ci hanno risposto Israele, l’Etiopia e la Bielorussia e l’ufficio di gabinetto di uno dei membri del Consiglio di sicurezza, che ci ha fatto sapere di vedere con interesse l’autodeterminazione dei popoli. Ma per motivi di riservatezza non posso dire qual è questa nazione”. Il Vsg ha anche una web radio, la Radio nazionale veneta, che trasmette la domenica e il martedì (gli altri giorni vano in onda repliche), con programmi a tutto campo, dall’analisi della situazione politica italiana alla battaglia di Lepanto. Se l’indipendenza resta l’obiettivo massimo, quello minimo è il rifacimento dell’odiato referendum del 1866, con cui il Lombardo-Veneto fu annesso al Regno d’Italia (chiesto anche dal presidente della Provincia di Treviso, il leghista Leonardo Muraro). “Giuro che se perdiamo ci sciogliamo immediatamente”, assicura Faccia. Intanto vanno avanti le iniziative contro i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità. Ma senza alcun cedimento a tentazioni pittoresche: “Stiamo pianificando le iniziative, ma senza ricorrere a cose folcloristiche. Noi restiamo sul campo della serietà”.

 I neoborbonici del Sud sognano Franceschiello

Dell’ironia, con tipico gusto partenopeo, il movimento Neoborbonico ha fatto una costante. Attivo da oltre un quindicennio gli ammiratori di Franceschiello hanno seguito un filone culturale più che prettamente politico fin dalla loro prima uscita pubblica, il 7 settembre 1993, per contro-celebrare l’arrivo di Garibaldi a Napoli insieme ai Mille. Ma senza far mancare spazio a una vena ironica che nel tempo ha portato a campagne di impatto mediatico: la crociata contro il panettone a piazza Duomo a Milano, la cambiale più grande del mondo (da recapitare a Bossi per i danni subiti dal Sud con l’Unità), il progetto “Compra sud”, col corollario del boicottaggio dei prodotti padani. E dopo aver polemizzato perfino sulla pizza Margherita, inventata non già per celebrare la regina ma in auge fin dal tempo dei Borboni, in estate i Neoborbonici hanno perfino lanciato la Nazionale di calcio delle Due Sicilie. “Con i Borbone, per l’ultima volta i meridionali sono stati un popolo amato, rispettato e temuto in tutto il mondo – dice al VELINO il presidente del movimento, Gennaro De Crescenzo, nella vita docente di italiano e storia in un istituto tecnico del centro di Napoli -. Attraverso ricerche in archivi e biblioteche, convegni, celebrazioni, pubblicazioni e seminari cerchiamo di formare una nuova classe dirigente perché con quella che abbiamo adesso l’indipendenza sarebbe una tragedia. Non abbiamo ansie elettoralistiche e il referendum istituzionale non è all’ordine del giorno”.

In attesa del ritorno della bandiera coi gigli d’oro, a Gaeta un neoborbonico doc come Antonio Ciano si è fatto eleggere sotto le insegne della Margherita. Eletto assessore al Demamio, annunciò l’intenzione di citare per crimini di guerra Vittorio Emanuele e suo figlio Emanuele Filiberto per i morti civili provocati dall’assedio piemontese del 1861. E proprio i Savoia sono l’ossessione principale dei sudisti nostrani, che sfociò in aperta protesta con selva di fischi e fumogeni quando i discendenti del re di Maggio tornarono in Italia nel 2003, proprio a Napoli. Il modello vagheggiato è una confederazione che renda autonomo il Sud, come era già stato ipotizzato a metà Ottocento. Per quanto inconfessabile, il sogno sarebbe però di rivedere sul trono l’ultimo discendente della casa regnante, quel Carlo Di Borbone duca di Castro che peraltro trascorre il suo perdurante “esilio” a Roma.

Nel frattempo, ogni anno viene rievocata con cortei storici in costume la caduta delle ultime tre fortezze a opera del piombo piemontese (oltre a Gaeta, anche Civitella del Tronto e Messina). Al fronte educativo pensa invece il Comitato per la verità storica, che De Crescenzo definisce un “pronto soccorso storico-culturale” che interviene in tutti i momenti critici, siano essi il bicentenario della vituperata Repubblica partenopea del 1799, quello della nascita di Garibaldi 2007 o una polemica di turno sui giornali, per replicare a ogni intervento o anche solo un vago riferimento antiborbonico nei commenti degli editorialisti. “Ci stiamo preparando con una decine di iniziative forti e appariscenti – anticipa De Crescenzo -. Per il momento posso solo dire che sarà una controffensiva in grande stile e che risponderemo colpo su colpo a ogni iniziativa per il 150esimo dell’Unità d’Italia”.

Gli indipendentisti liguri contro Metternich

 Fino ai primi anni Novanta, Vincenzo Matteucci alla sua attività di dentista alternava quella di segretario provinciale della Lega nord di Genova. Poi, quasi come una folgorazione, la scoperta dell’indipendentismo ligure. “In sezione veniva sempre un anziano a dirci che la Liguria ha diritti specifici che valgono tuttora – ricorda oggi Matteucci con IL VELINO -. Morendo ci lasciò diversi libri di storia e quando ho scoperto che aveva ragione ho lasciato l’incarico politico”. Nasce così, da una frangia del Carroccio genovese, il Movimento per l’indipendenza ligure (Mil), l’unico movimento legittimista in Italia a poggiare le sue rivendicazioni su argomentazioni di tipo giuridico e non su plebisciti farsa o invasioni militari, come gli altri movimenti “antitaliani”. Ma non è questa l’unica particolarità, perché se gli altri si rifanno al Risorgimento, gli indipendentisti liguri puntano ancor più indietro: a quel congresso di Vienna che rimise in ordine lo scombinamento prodotto in appena un trentennio dalla rivoluzione francese e da Napoleone.

“La Repubblica di Genova, che si era presentata al congresso con suoi delegati, fu annessa al Regno di Sardegna col benestare di Metternich senza alcuna ratifica da parte del governo in carica né un pronunciamento della popolazione – spiega Matteucci -. D’altronde una repubblica nel cuore d’Europa dava fastidio e poi le principali monarchie erano piene di debiti col banco di San Giorgio: facendo sparire lo stato, sparirono anche quelli. Quindi quell’inglobamento non è valido e la repubblica gode ancora di suoi diritti”. Un zoccolo duro di 50 attivisti – ma “tantissimi simpatizzanti nella popolazione”, assicura il presidente – il Mil travalica la Liguria e riscuote interesse perfino in Toscana, in Lunigiana. Anche in questo caso, la spiegazione è storica. Stavolta ancora più indietro nel tempo: “I liguri apuani furono gli ultimi a non arrendersi a Roma e per questo nel 180 a.C. 40 mila famiglie furono deportate nel Sannio”. Così come per la Lunigiana, il Mil non rivendica solo la sovranità della Liguria, ma anche di quei paesi annessi alla provincia di Alessandria, ma che ancora hanno nel nome la loro origine storica, come Novi ligure. Il modello è quello di dare vita a una repubblica federale su territori dell’antica Repubblica genovese. A livello nazionale, invece, le preferenze vanno per la confederazione svizzera e il suo autonomismo “esteso”.

Buoni rapporti coi nazionalisti sardi e i Neoborbonici (insieme contestarono i Savoia al loro sbarco a Napoli dall’esilio), il Mil rivendica l’intitolazione di una piazza di Genova all’antica repubblica e la targa fatta mettere in piazza Corvetto davanti la statua Vittorio Emanuele II, in riferimento al sanguinoso Sacco, quando nel 1849 la città insorse contro i piemontesi. Al voto, invece, gli indipendentisti liguri mostrano di essere pragmatici e trasversali: alle comunali di Camogli hanno appoggiato il centrosinistra, alle regionali della prossima primavera sosterranno invece il centrodestra. “Ma votiamo solo alle amministrative, che riconosciamo come nostro Parlamento. Alle politiche annulliamo la scheda scrivendo ‘Rivogliamo la Liguria indipendente’ – puntualizza Matteucci -. L’obiettivo resta comunque convincere i candidati a portare il caso Liguria davanti a un tribunale internazionale. Non abbiamo fretta, non ci teniamo a fare come i partiti e a prendere il potere. Noi vogliamo convincere che la strada nostra è quella giusta”.

I toscani che guardano indietro al Granducato

L’uomo che vorrebbe riportare la culla della lingua italiana ai fasti degli Asburgo-Lorena è un geometra monarchico 57enne che lavora al Consiglio regionale. “Toscana granducale”, il nome prescelto per la sua “creatura”. Al di là della bandiera bianco-rossa e dello stemma regale, tuttavia, quello fondato da Luigi Cartei non è un movimento legittimista in senso stretto: nessun contatto con gli aspiranti al trono, nessuna velleità indipendentista, nessun astio nei confronti del Risorgimento. Un ibrido regionalista, più che altro, che mescola il ricordo del buongoverno a una ricetta di federalismo a buon mercato e può contare su un’ottantina di iscritti, per lo più delusi Pdl. Non a caso le priorità indicate sono la tutela degli anziani, dell’ambiente e sicurezza sociale, ben poco a che vedere con chi aspira a cambiare l’ordinamento istituzionale. “Non siamo secessionisti, siamo moderati di centrodestra e il nostro modello è il sistema federale tedesco – spiega al VELINO Cartei -. Nei nostri piani la regione potrebbe assumere la denominazione storica di Granducato di Toscana senza interferire sul lato amministrativo. L’Uganda, per esempio, lo ha già fatto: il governo centrale ha restituito alle regioni il nome dei quattro regni storici che esistevano prima dell’unità. Se tornassero un Asburgo per noi sarebbe cosa gradita, ma dovrebbe essere scelto dalla cittadinanza”.

“Abbiamo scelto il riferimento al Granducato per il buongoverno esercitato sulla regione, come l’abolizione per primi nel mondo della pena di morte o la coscrizione obbligatoria per l’esercito”, aggiunge Cartei. Per questo, i regionalisti toscani non hanno previste iniziative per protestare con le celebrazioni per i 150 anni del’Unità d’Italia: “Il plebiscito con cui la Toscana fu annessa al Piemonte non fu condotto in maniera democratica, visto che c’erano due schede di colore diverso e si votava davanti a una commissione elettorale del governo provvisorio. Ma sono cose lontane nel tempo, non giudichiamo il processo unitario”. Più sentito pare invece il tema elettoralistico, visto da quasi una decina d’anni il movimento si presenta a tutte le competizioni in cui riesce. Nel 2001, all’esordio, provoò addirittura al Senato. Risultato misero, anche in termini relativi: 700 voti nel collegio Firenze 1, meno dello 0,4 per cento. E se per le amministrative della scorsa primavera Toscana granducale è riuscita a stringere un’alleanza con l’Udc (presentando candidati suoi per Palazzo Vecchio e per le provinciali di Firenze: sempre senza successo), resta il paradosso di un movimento regionale che i risultati migliori li ha ottenuti in Romagna: 3,36 per cento per il comune di Portico San Benedetto. Ma perché una candidatura anche fuori dai confini regionali? “Semplice – spiega Cartei – perché il Granducato comprendeva anche undici comuni della provincia di Forlì”. Come a dire, i “veri” toscani, quelli consapevoli delle loro radici sono al di là dell’Appennino. Almeno così pare.

fonte dati: Il Velino

Da: http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/Ministero/UfficioStampa/News/visualizza_asset.html_1507922890.html

Unità d’Italia: Quei movimenti che sognano la Restaurazioneultima modifica: 2010-06-02T22:04:26+02:00da tonyan1
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