I (falsi) plebisciti! Come si ridusse la Napolitania a colonia.

Dopo 150 anni d’italia unita, Napolitania e Sicilia tra meridionalismo vero e falsi meridionalisti.(seconda parte)

I (falsi) plebisciti! Come si ridusse la Napolitania a colonia.

pezzo_04.jpgChe cos’è il plebiscito? Il Plebiscito (plebis scitum) è un termine che ha origine nell’antica Roma con il significato di “interrogazione alla plebe”.

Il termine riapparve nella Francia rivoluzionaria per indicare un solenne pronunciamento popolare. Fu applicato da Napoleone dopo il colpo di stato del 18 brumaio anno VIII (9 novembre 1799) per far approvare la costituzione che doveva aprirgli la strada al potere assoluto; e ancora da Luigi Napoleone, il 20 novembre 1852, per restaurare l’impero.

Il plebiscito, pur essendo un elemento essenziale della democrazia diretta, è stato oggetto di frequenti strumentalizzazioni da parte di regimi autoritari. Infatti, con il plebiscito, i Savoia giustificarono l’annessione dell’Italia meridionale, ma fu solo una sporca manovra antidemocratica. Anzi fu un vero e proprio volgare imbroglio.

“Il 21 ottobre 1860 vi è in Napolitania (a Napoli e in tutte le Province Napolitane) il plebiscito. La votazione dà 1.032.064 sì e 10.313 no. In sostanza è interessato al voto poco più del 19% di circa sette milioni di abitanti. La formula sulla quale gli elettori sono chiamati ad esprimersi è: “Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile con Vittorio Emanuele come re costituzionale per se e i suoi legittimi successori?”  Il risultato dei plebisciti, fu, invece, propagandato dagli unitaristi come la prova che il popolo approvasse la perdita della propria indipendenza e la cacciata di un re nato a Napoli, che parlava in napoletano e che era napolitano da quattro generazioni, in favore dell’annessione da parte di un sovrano che pensava, parlava e scriveva in francese.

scheda plebiscito.jpgNapoli è occupata da 50.000 tra garibaldini e piemontesi, coadiuvati dalla camorra, che presidiano i punti strategici della città. Davanti al porticato della chiesa di S. Francesco di Paola, proprio di fronte al Palazzo Reale (Largo di Palazzo), sono poste, su di un palco alla vista di tutti, tre urne: una dove sono le schede per il sì ed una con quelle per il no. La terza urna è posta al centro dove sono depositate le schede prelevate dalle prime due. Si vota davanti ad una schiera minacciosa di garibaldini, guardie nazionali e soldati piemontesi. Il giorno prima erano stati affissi sui muri cartelli sui quali era dichiarato “Nemico della Patria chi si astiene o vota per il no”. Votano per primi i camorristi, poi i garibaldini, che sono in maggior parte stranieri e i soldati piemontesi. Qualcuno che ha tentato di votare per il no è bastonato, qualche altro, come a Montecalvario, è assassinato. Poiché non sono registrati quelli che votano per il sì, la maggior parte dei camorristi e piemontesi va a votare in tutti e dodici seggi elettorali costituiti a Napoli. Alla fine della giornata, piemontesi e camorristi impazienti riempirono l’urna del sì a piene mani.

Il costo del plebiscito che grava sull’erario della città è enorme: circa 300 milioni di franchi. Allo stesso modo si procede in tutte le altre province, dove si vota solo nei centri presidiati dai militari e non mancano le solite violenze. […]

Nell’aquilano, per le fortissima reazione dei popolani, al plebiscito non partecipa quasi nessuno. Il governatore di Teramo de Virgili emana un proclama con il quale minaccia: “I villani presi con le armi alle mani saranno considerati reazionari e puniti con rito sommario. Colpite i reazionari senza pietà!”

A Camerino, un paese del chietino di seimila abitanti, un popolano chiede che sia sistemata anche un’urna per Francesco II, ma è schiaffeggiato da un liberale, tale de Dominicis. A questo gesto la gente corre immediatamente ad armarsi con scuri e pietre e assale il drappello di piemontesi che protegge le urne. Accorrono anche gli abitanti del vicino paese di S. Eufemio e nello scontro è ammazzato il de Dominicis, sono messi in fuga i piemontesi e le urne sono distrutte. Il giorno dopo piombano sui paesi truppe piemontesi, garibaldini e guardie nazionali che uccidono chiunque venisse loro in contro. Le case degli abitanti di Camerino e S. Eufemio sono saccheggiate ed il bottino è portato a Chieti.

schede_plebiscito_3911.jpgSi ribellano anche gli abitanti di Caramanico, Salle e Musellaro, dove sono di nuovo innalzate le insegne napolitane. […]

Altre insurrezioni si susseguono ad Isernia, Cansano, Elice, Controguerra, Bellante Corropoli, Torano, Cermigliano. Ad Arzano un popolano che ha gridato “Viva ‘o rre” è arrestato dai garibaldini e per ammonimento, gli è tagliato il labbro inferiore.

Rivolte si presentano positivamente a Carbonara, in alta Irpinia, nel Gargano, a S. Giovanni Rotondo con sventolio di bandiere con lo stemma borbonico. Il governatore di Foggia, Del giudice, accorre a S. Giovanni Rotondo dove 22 guardie nazionali sono massacrate dalla gente in rivolta tra cui saranno fucilati a decine.

A Catanzaro, a Cosenza, a Reggio Calabria, in Basilicata le sommosse arrivano a costituire dei governi napolitani provvisori. (Due Sicilie 1830-1880 pag. 136-138, di Antonio Pagano, Capone editore)

Insomma, furono dei plebisciti organizzati nella maniera più rocambolesca possibile e che fino ad allora non si era mai visto, fatti in fretta e furia per legalizzare quella che era stata una guerra d’aggressione sfociata in guerra civile. Il giorno dopo, il 22, a Varsavia, Prussia, Russia e Austria decidono se intervenire in italia in soccorso dei napolitani. Il convegno che dura fino alla fine del mese, termina senza alcun accordo.

Moltissime denunce storiche confermano tale stato di cose e sono autorevoli e inconfutabili, alcune delle quali sono qui riportate.


“[…] Qui il plebiscito giungea fino al ridicolo, poiché oltre a chiamare tutti a votare sopra un soggetto dove la più parte erano incompetenti, senza tampoco accertare l’identità delle persone e fin votando i soldati, si deponevano in urne distinte i “sì” e i “no”, lo che rendeva manifesto il voto; e fischi e colpi e coltellate a chi lo desse contrario.
Cesare Cantù (Storia Universale – 1886)


“[…] Non si confrontarono le tessere con la lista né con le persone. Il garibaldino Rustow, nel volume secondo dei suoi Ricordi d’Italia [“La guerra d’Italia del 1860″, Venezia 1862], dice che in Caserta lo Stato Maggiore della sua divisione, composto di 51 ufficiali non tutti presenti al momento del plebiscito, si trovò ad aver dato centosessantasette voti! Nel resto del regno si fece il plebiscito al pari di quello di Napoli […]”
Carlo Alianello (La conquista del sud, 1972)


“[…] Contro questa politica reagì, bisogna dirlo, Massimo D’Azeglio, che negò al Governo piemontese il diritto di usare la forza per costringere degli italiani a servire un regime che non volevano servire, trattò coll’ironico disprezzo che meritava il caso il “suffragio universale” che gli veniva obiettato (bisogna notare che la formula “suffragio universale e diretto” è nel disegno di legge dei plebisciti) e propose che davanti al risultato straordinario del primo plebiscito se ne facesse un altro, per essere sicuri che la maggioranza dei napolitani volesse veramente l’annessione al Piemonte. Ma la sua proposta fu, naturalmente, o considerata come uno scherzo poco serio, o trattata come un perfido attacco al sacro principio dell’Unità. […]”.
C. Scarfoglio (Il Mezzogiorno e l’unità d’Italia, 1953)

“[…] Chi adunque nel reame vuole l’unità? Non la nobiltà, non il clero, non gli scienziati, non le milizie, non gli artigiani, non i contadini, e non i commercianti. Voglionla i contrabbandieri, i galeotti, i camorristi, ed uomini oziosi, lanciati per errore o per bisogno o per ambizione nel caos delle sette. Questi han preso le cime degli uffizii, questi strepitano, scrivono, spauriscono, pugnalano, fucilano, e si chiamano popolo e nazione. Ma il popolo del regno NON VUOLE l’Italia una […]”.
C. De Sivo (I NAPOLITANI AL COSPETTO DELLE NAZIONI CIVILI * dicembre 1860)

[…] Il Duca di Gramont così scrive al Ministro francese Thourvenel: “Tutte le notizie che giungono da Napoli concordano nel rappresentare il paese come decisamente ribelle all’annessione piemontese e assai poco curante dell’unità italiana. Cacciano le autorità nuove, rialzano le armi di Francesco II. I piemontesi, avvertiti delle autorità cacciate via, mandano colonne abbastanza forti, che dopo un po’ di fucilate, disperdono gli abitanti e portano i prigionieri, per giudicarli e fucilarli, i così detti capi del movimento che vengono denunziati. Appena partiti i piemontesi gli abitanti rivengono; prendono quelli che hanno chiamato gli invasori e li mettono a morte. Ma quel che è più curioso si è, che tutto ciò accade in località che si suppone aver votato unanimemente per Vittorio Emmanuele!” […]

Antonio Pagano (Due Sicilie 1830-1880, settembre 2002)

pleb.jpgIl cosiddetto plebiscito del 21 ottobre 1860 fu la base per l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, spacciata per unificazione italiana. Cavour confezionò con grande maestria i risultati e l’esito dei plebisciti da lui stesso prefabbricati“.(Michele Topa, ” I briganti di sua maestà “, Tribuna Illustrata, 19679).

La percentuale dei votanti in Napolitania fu del 79,5 % degli aventi diritto; il 12 ottobre si era già svolto in Sicilia con la partecipazione al voto del 75.2 % degli iscritti, si contarono 432.053 “SÌ” e 709 “NO”. Nelle stesse “condizioni ambientali” si svolsero i plebisciti negli altri stati italiani annessi al regno sabaudo (11 e 12 marzo in Emilia, Toscana, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, il 4 e 5 novembre nelle Marche e nell’Umbria); commenta Denis Mack Smith nell’articolo citato de”La Stampa”: “Consultando gli archivi di piccoli comuni, dalla Sicilia alla Toscana, ho scoperto cose curiose sui plebisciti per l’annessione all’Italia. In alcuni luoghi la percentuale dei ” SÌ ” era del 120 % “. Il 21 e 22 ottobre 1866 si svolse quello per l’annessione del Veneto: i votanti furono 646.789, di cui solo 70 contrari all’annessione, un’adesione quindi del 99.99% che non è stata raggiunta nemmeno sotto le più feroci dittature; il 2 ottobre 1870 fu la volta di Roma, su 135.291 votanti solo 1507 furono contrari all’annessione.

Anche l’amico di Garibaldi, l’ammiraglio inglese Mundy, che prese parte al progetto sabaudo affermò: “Secondo me un plebiscito a suffragio universale regolato da tali modalità non può essere ritenuto veridica manifestazione dei reali sentimenti di un paese”. (Francesco Maria Agnoli, ” L’epoca delle Rivoluzioni”, Il Cerchio iniziative editoriali , 1999, pag. 47)

Questi plebisciti possono essere dichiarati non validi perché c’era uno stato d’occupazione e di guerra ancora in atto, quindi gli abitanti di buona parte del territorio interessato non poterono prendere parte al voto (Capua, Civitella del Tronto, Gaeta ecc.) o non erano riconosciuti validi dalla popolazione che non superò il 20% dell’elettorato attivo e non ci fu il riconoscimento internazionale oltre all’Inghilterra e subito dopo dalla Francia (paesi vicino al Piemonte).

Antonio Iannaccone

Plebisciti dell’ottobre 1860 per l’annessione all’Italia

Territorio

Data

Iscritti

Votanti

Favorevoli all’annessione all’Italia

Contro l’annessione

Astenuti

Nulli

Esercito

Regno di Napoli

21 ottobre

2.225.000

1.745.086

1.302.064

10.312

479.914

504.914

Sicilia

21 ottobre

2.225.000

500.000

432.053

667

9.914

4.914

Note: Il Regno di Napoli comprendeva tutta l’Italia meridionale compreso il Basso Lazio e le Isole Ponziane, escluso Pontecorvo e Benevento, enclavi dello Stato Pontificio ma che votarono nel plebiscito del Regno di Napoli.

I (falsi) plebisciti! Come si ridusse la Napolitania a colonia.ultima modifica: 2011-02-21T10:41:51+01:00da tonyan1
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